Libro d’Ombra di Junichiro Tanizaki Capitolo 13/The Book of Shadow Chapter 13

 

I

“Ma perchè poi piace tanto a noi Orientali la bellezza che nasce dall’ombra? Anche gli occidentali sono vissuti per lunghi secoli senza elettricità, senza gas, senza petrolio. Non credo però che abbiano amato l’ombra come noi. Persino i loro fantasmi sono diversi dai nostri. Da sempre i nostri non hanno gambe; sembra invece che i loro siano generalmente provvisti di arti inferiori… e soprattutto che siano diafani. La nostra immaginazione indugia su ogni raggrumarsi dell’ombra; gli Occidentali conferiscono, persino ai fantasmi, la trasparenza del vetro.

I colori che amiamo, negli oggetti della vita quotidiana, sembrano il risultato di molti strati di oscurità; gli Occidentali amano ciò che brilla, come per luce diurna. Ci piace che argento e rame acquistino la patina del tempo; per gli Occidentali la patina significa sporcizia e mancanza di igiene… Nelle stanze in cui abitano, illuminano ogni anfratto, e imbiancano pareti e soffitti. Rasano i prati, che a noi piacciono cosparsi di cespi selvosi. Qual’è l’origine di gusti tanto dissimili?

V’è forse in noi Orientali una inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze della vita. Ci rassegnamo all’ombra, così com’è e senza repulsione. La luce è fievole? Lasciamo che le tenebre ci inghiottano e scopriamo loro una beltà. Al contrario l’Occidente crede nel progresso e vuole mutare di stato… Non solo siamo differenti per indole, ma anche per carnagione. Mi sono spesso chiesto quale influenza abbia esercitato, sulla nostra civiltà, il colorito della pelle. Sempre, ai giapponesi, la pelle chiara è piaciuta più della scura. Del resto, esistono, fra noi, individui con pelli più chiare dell’Occidentale medio. Vi sono anche in occidente, uomini più scuri della media giapponese. Non credo che la differenza stia nel maggiore o minore grado di bianchezza: a distinguere veramente la nostra carnagione è una certa tonalità.

Tempo fa… mi accadeva di recarmi, la sera, nei ristoranti e nelle sale da ballo frequentati dagli occidentali. Partecipavo alle loro feste, e avevo agio di osservare la loro pelle da vicino: non era poi così bianca! … V’erano delle giapponesi là, che esibivano abiti da sera all’occidentale, non diversi da quelli delle straniere, e carnagioni chiarissime. Perché dunque, da lontano, erano immediatamente distinguibili dalle Occidentali? Per qualcosa di denso e intorbidito, che v’era nella loro carnagione. Benché si fossero sforzate di schiarire le schiene, le braccia, persino le ascelle, insomma tutte le parti esposte del corpo, un pigmento d’ombra continuava a ristagnare sotto l’epidermide. Osservarle era come scoprire, dall’alto, sul fondo di un limpido specchio d’acqua, un sudiciume lungamente accumulato. … La pelle degli Occidentali, anche quando è particolarmente bruna, conserva tuttavia una bianchezza e una purità sottocutanee; in nessuna parte del corpo appaiono le nostre opacità dubbie, le nostre untuosità.

Fra gli Occidentali, un giapponese si sente come una macchia di inchiostro diluito, su un foglio candido. E’ una sensazione vaga, incongrua, e sgradevole. Forse un simile disagio consente di penetrare, almeno in parte, nella psicologia dei bianchi che provano repulsione per le altre razze. Irritata, la loro sensibilità non tollera la porzione d’ombra che una persona di colore introduce nella bianchezza dell’universo. Non so cosa accada oggi in America, ma ho sentito raccontare che, durante la Guerra di Secessione, l’odio e il disprezzo… non erano rivolti solo verso i negri, ma anche verso i meticci, i figli dei meticci, i figli dei figli di un bianco e di un meticcio. Una metà, un quarto, un sedicesimo, un trentaduesimo di sangue negro apparivano ugualmente insopportabili, a fautori di un’immacolatezza senza velature; i loro occhi esercitati avevano imparato a distinguere, sotto la pelle bianca, ogni segreto grano di buio e di opacità.

Facile è giustificare, giunti a questo punto, le antiche nozze fra il Giappone e l’ombra. Per dar valore alla nostra peculiare beltà, avevamo bisogno di vivere in ambienti scuri, e fra oggetti dalle tinte attenuate. Così vollero i nostri antichi, non perché fossero coscienti del velo d’ombra sulla loro pelle… ma perché attraverso una gamma di colori spenti, il corpo giapponese si armonizzava con la sua civiltà” (Estratto del capitolo 13 del Libro d’Ombra di Junichiro Tanizaki)

UK

“But why we Orientals love the beauty that arises from the shadow? The Westerners have also lived without electricity, gas, petroleum for ages but I don’t think they love the shadow as we do. Even their ghosts are different from ours. Ours never had legs while theirs have lower limbs and above all they are diaphanous.  Our imagination hesitates on clots of shadows while the Westerners give their ghosts the transparency of glass.

The colours that we love of the objects of the daily life are the result of layers of darkness. The Westerners love what’s bright as it represents the day light. We appreciate silver and copper when they get the glaze of time. For Westerners this glaze looks durty and unhygienic… In the rooms where they live, they illuminate every recess and whiten every wall and ceiling. They cut the grass in the fields while we love them covered with forests. What’s the origin of so different tastes?

Is it so that we Orientals accept the limites and circumstances of life? We accept the shadow as it is without repulsion. When light is feeble we let darkness fall down and find a beauty in it. On the opposite Occident trust progress and wants change… Not only our natures are different but also our skin tone. I was always questioning myself about the influence that the skin tone might have on our culture. The Japanise have always prefered white skin rather than dark skin. It’s a matter of fact that some of us have a skin that’s lighter than the European average. Even in Occident there are people with a skin tone darker than the Japanese average. I don’t think that the difference stays in a major or minor degree of whitness: a certain tonality distinguish our skin.

Time ago… in the evenings I happened to go in the restaurants and dance halls frequented by  Westerners. I attendied to their parties and could observe their skin closely: it wasn’t that white!… There were Japanese women there who exhibited western style evening dresses which were not different from those of foreigners, and had very clear skin. Why, then, they distinguished immediately from the Westerners already from a distance? For something thick and muddy, that was in their skin. Although they had striven to lighten their backs, arms, even underarms, in short, all exposed parts of their body, a pigment shadow continued to stagnate beneath the epidermis. Observing them was like discovering from the top, a longer accumulated dirt, in the bottom of a clear stretch of water. …The skin of Westerners, even when it is very dark, however, retains a subcutaneous whiteness and purity, in no part of their body appears our dubious opacity and greasiness.

Among Westerners, a Japanese feels like an ink stain diluted, on a white sheet.
It‘s a vague, incongruous, and unpleasant feeling. Perhaps a similar discomfort enables to penetrate, at least in part, in the psychology of the whites who repell the other races. Irritated, the sensitivity of the whites does not tolerate any portion of shade that a person of color introduces into the whiteness of the universe. I do not know what happens in America today, but I’ve heard telling that, during the Civil War, hatred and contempt… were not only directed toward the blacks, but also to the mestizos, the children of mestizos, the sons of the sons of a white and a mestizo. One half, one quarter, one-sixteenth, one thirty-second of black blood appeared equally unbearable to proponents of immaculation without veils. Their exercised eyes had learned to distinguish every secret grain of darkness and opacity, under the skin white.

At this point it is easy to justify the ancient wedding between Japan and the shadow. To give value to our peculiar beauty, we needed to live in dark places, and between objects with softened colors. So wanted our ancients, not because they were aware of the veil of shadow on their skin… but because through a range of pale colors, the Japanese body harmonized with its civilization.”  (Selected from Chapter 13 of the Book of Shadow by Junichiro Tanizaki)