THE COLD WAR BODY/IL DESIGN DELLA GUERRA FREDDA

http://en.wikipedia.org/wiki/Rudi_Gernreich

UK

Fashion historians have been interested in examining how the confrontations and achievements of the Cold War affected fashion culture. Richly nuanced histories have been drawn from certain clothing types with particular ideological significances, such as the Mao Suit and the Che Guevara T-shirt. Other examples of dress have been used to demonstrate the processes of Cold War exchange and influence: blue jeans, for example, as a symbol of Americanization and youth (and known as texasky in Czechoslovakia) took on a particular association when worn by teenagers in the socialist bloc, becoming part of a kind of Cold War mythology of illicit East-West exchange. Studies of socialist fashion cultures have considered the ways in which state fashion institutes in the Eastern bloc attempted to develop forms of “social dress”, as well as considering sartorial sub-cults of the 1950s and 60s, such as the Hungarian Jampecs and the Czech Pàseks.

In the months following the end of the Second World War, the increasing hostilities between the Soviet Union and the United States resulted in much of the world being aligned into two opposing camps. This sense of anxiety coloured many aspects of everyday life, and the conditions of the Cold War influenced a surprising number of cultural products, including designed goods, buildings, films and novels. Yet designers also turned fears into possibilities, finding novelty in the products of a militarized world and assimilating them into a rather hopeful vision of modernity.

In fashion, Cold War concerns also had their effects. Designed in 1946, the bikini took its name from Bikini Atoll, the Polynesian island location of US nuclear tests. The French designer Louis Réart about his microscopic swimwear, declared that it would make an impact of atomic proportions. In one of the strange contradictions of the Cold War world, the atomic bomb was assimilated into everyday culture as a jaunty symbol of modernity.

I

Gli storici della moda si sono dedicati ad esaminare come gli scontri e i traguardi della guerra fredda abbiano influenzato la cultura della moda.

Le camicie alla Mao e le T-shirt alla Che Guevara sono stati simboli di una determinata ideologia. Assieme ad altre forme di abbigliamento sono stati espressione dei processi e dei condizionamenti della guerra fredda; per esempio, i blue jeans, simbolo della americanizzazione e della gioventù, ( in Cecoslovacchia erano soprannominati texasky), assumevano una particolare associazione ideologica quando indossati dai teenager del blocco socialista, diventando parte di una mitologia della guerra fredda, dello scambio illecito tra Est e Ovest. Studi effettuati sulle mode socialiste hanno analizzato come gli istituti di moda dei paesi dell’Est abbiano cercato di sviluppare forme sociali di abbigliamento, (le divise), analizzando i sub-cult degli anni 50 e 60, come le Jampec ungheresi e le Pàsek cecoslovacche.

Nei mesi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale, le crescenti ostilità tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti favorirono lo schieramento della maggior parte del mondo in due blocchi contrapposti. L’ansietà che si venne a creare, caratterizzò molti aspetti della vita di tutti i giorni, e le condizioni della guerra fredda influenzarono un numero sorprendente di prodotti, tra cui il design dei prodotti, l’architettura, il cinema e la letteratura. Gli stessi designer trasformarono le paure in possibilità, traendo nuovi spunti dai prodotti di un mondo militarizzato e assimilandoli in una visone speranzosa della modernità. Gli effetti della guerra fredda hanno avuto risvolti anche nel campo della moda. Nel 1946 i bikini presero il nome dall’atollo Bikini, luogo in Polinesia dove gli americani fecero i loro test nucleari. Il designer francese Louis Réart, parlando dei suoi costumi da bagno microscopici, diceva che avrebbero avuto un impatto di proporzioni atomiche. In una delle strane contraddizioni della guerra fredda, la bomba atomica venne assimilata nel linguaggio comune come simbolo di una spigliata modernità.