Vinicio Capossela: the wanderer

 

Uk

The time of sacredness is the time of the beginning, what came after the chaos of the beginning. And each time humankind celebrates rites and festivals, there is a glimpse of the time of sacredness, which is the time that holds a whiff of eternity, because it is the time that comes before time. And so, somehow, we return to the beginning, everything starts again.

Travellers, there is no path, the path is made by walking.  Travellers, there is no path, the path is made as we walk.

Stone, what remains of humankind, is engraved in stone, gravestones, buildings.  Only stone conserves memory.

Perhaps this is why the Greeks call mnemi memory and mnmio tomb. Perhaps this is why the Greeks place the word memory in such close relation to the word tomb, gravestone.

We are ashes, and stone lasts longer than ashes, perhaps this why men raise temples of stone, because they last longer than ashes, engraving memory in stone, mnemi-mnimio, tomb-memory.

What sadness must Odysseus accumulate in sailing these dark seas, what a sense of clandestinity in approaching the stones of other cities. The clandestinity of the women. Signs appear to the traveller, the sacred manifests itself in signs, each sign is sacred if we make it sacred, if we make the place that becomes the foundation of the world sacred. This is why the sacred reveals itself to the traveller in plants, stones, every sign is the manifestation of a destiny.

With this instrument I search for the sacred in its hiding space, I search for the hierophony of the sacred, its appearance, in every plant, in stones, insects, signs of the sky and of the earth. It is the rod that leads me. In its gourd the voices of the ancients, the voice of the spectres, of the ghosts, of their musics resound. The gods die just like men, they die in the idea of men. Here is the temple raised for a god who is dead. Other gods, other deities, rise up and die with men, all of them swallowed by the earth, as it dies screaming. Only our cicada lament remains, our cicada song.

Our lament, our cicada song is all the more intense and shorter in the hottest-burning season. And the earth renews itself by dying. This great necrosis that is life. The useless lands, useless to humankind, as though everything were uselessness, what is useless to men is divine, these four twigs are useful to the bees, to the crickets, to the cicadas, a whole world that inhabits them, that eats them. (Vinicio Capossela copyright 2013)

I

Il tempo del sacro è il tempo dell’inizio, quello che venne dopo il caos dell’inizio. E ogni volta che l’uomo celebra riti e feste, si affaccia il tempo del sacro, che è un tempo che sa di eterno, perché è il tempo che viene prima del tempo. E quindi si torna in qualche modo all’inizio, si rifà da capo.

Viandante, non c’è cammino, si fa cammino camminando.

Viandante, non c’è cammino, si fa cammino nel camminare.

La pietra, quel che resta dell’uomo è inciso nella pietra, lapidi, costruzioni. La pietra soltanto conserva la memoria. Forse è per questo che i greci chiamano mnemi la memoria e mnimio la tomba. Forse è per questo che i greci mettono così in relazione la parola memoria con la parola tomba, lapide.

Siamo cenere, e la pietra dura più della cenere, forse per questo l’uomo erige templi di pietra, perché durino più della sua cenere, incide la memoria nella pietra, mnemi-mnimio, memoria-tomba. Quale tristezza deve raccogliere Odisseo nel percorrere questi mari neri, quale senso di clandestinità nell’affacciarsi alle pietre di altre città. La clandestinità delle donne.

Al viandante appaiono i segni, il sacro si manifesta nei segni, ogni segno è sacro se noi lo rendiamo sacro, se sacralizziamo il posto che diventa le fondamenta del mondo. E’ per questo che ai viandanti il sacro si manifesta in piante, pietre, ogni segno è l’apparizione di un fato. Con questo strumento cerco il sacro dove si è nascosto, cerco la ierofania del sacro, la sua apparizione, in ogni pianta, in sassi, insetti, segni del cielo e della terra. E’ il bastone che mi conduce. Nel suo cocco risuonano le voci degli antichi, le voci degli spettri, dei fantasmi, delle musiche.

Gli dei muoiono come gli uomini, muoiono nell’idea degli uomini. Ecco il tempio eretto per un dio che è morto. Altri dei, altre deità si erigono e muoiono, con gli uomini, tutti li inghiotte la terra, mentre muore gridando. Resta solo il nostro lamento di cicale, il nostro canto di cicale. Il nostro lamento, il nostro canto di cicale è tanto più intenso quanto breve nella stagione più infuocata. E la terra si rinnova morendo. Questa grande necrosi che è la vita.

Le terre inutili, inutili per l’uomo, come se tutto fosse inutilità, quello che è inutile all’uomo è divino, queste quattro sterpi sono utili alle api, ai grilli, alle cicale, tutto un mondo che li abita, che li mangia. (Vinicio Capossela copyright 2013-traduzione di Patricia Hampton)

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